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Caso “Vos Thalassa”: la Corte di Cassazione annulla la sentenza di condanna dei migranti e riconosce la legittima difesa.

La Suprema Corte di Cassazione torna ad affrontare il tema delicato e molto attuale sui contenuti e sui limiti dell’obbligo di soccorso dei migranti in mare con particolare riferimento alla nozione di “porto sicuro”, al principio del non respingimento nonché, in generale, al principio di sovranità e sicurezza degli Stati.

La vicenda ha riguardato la richiesta di imputazione di due migranti che, insieme ad altri, nel luglio del 2019 erano stati soccorsi dal rimorchiatore “Vos Thalassa”, battente bandiera italiana, nella zona SAR libica. L’unità italiana, a seguito di contatti con la Guardia Costiera libica, aveva ricevuto la direttiva di dirigersi verso le coste africane per effettuare il trasbordo dei migranti su una motovedetta libica. Gli imputati reagivano accerchiando e minacciando di morte due membri dell’equipaggio del “Vos Thalassa”. Tali condotte costringevano il comandane del rimorchiatore ad invertire la rotta, dirigendosi verso le coste italiane, ove interveniva la nave militare “Diciotti”, che trasportava i migranti a Trapani. In tal modo gli imputati avrebbero compiuto atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato italiano di migranti clandestini di varie nazionalità.

Il Tribunale di Trapani, in sede di giudizio abbreviato – riconoscendo la sussistenza della scriminante della legittima difesa di cui all’art. 52 c.p. sul presupposto che avessero agito per tutelare il proprio diritto a non venire rinviati in Libia, dove sarebbero stati esposti al concreto pericolo di violenze e trattamenti inumani o degradanti – ritenne che le condotte ascritte ai due migranti imputati non potessero essere punite.

La Corte d’Appello di Palermo rovesciò l’esito dl primo grado condannando gli imputati per i reati di violenza o minaccia a pubblico ufficiale e di resistenza a pubblico ufficiale aggravati, nonché per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare aggravato.

La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello perché i fatti non sussistono affermando che “è scriminata la condotta di resistenza a pubblico ufficiale da parte del migrante che, soccorso in alto mare, facendo valere il diritto al non respingimento verso un luogo non sicuro, si opponga alla riconsegna allo Stato libico“.

La Corte ricorda in primo luogo che l’obbligo di soccorso in mare è previsto da una norma di diritto internazionale consuetudinario generalmente riconosciuta vigente direttamente nell’ordinamento italiano in ragione dell’art. 10, comma 1, della Costituzione. Esso trova ulteriore esplicazione nell’art. 98 della Convenzione di Montego Bay del 1982, nella Convezione SOLAS per la salvaguardia della vita umana in mare (con Allegato -safety of Life at Sea – SOLAS-) e nella Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (con Annesso – Search and Rescue – SAR) della quale dal 2005 anche la Libia fa parte, con istituzione dal 2018 di una zona SAR. In particolare, da quest’ultima Convenzione, si evince che l’operazione di salvataggio possa dirsi conclusa solo quando il naufrago sia stato sbarcato in un “luogo sicuro”.

Secondo la Corte, l’espressione “luogo sicuro” (Place of safety), utilizzata nelle Convenzioni SOLAS e SAR deve essere Intesa secondo quanto indicato delle Linee Giuida IMO sul trattamento delle persone soccorse in mare, come “una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse […] dove la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non siano più minacciate, dove le necessità umane primarie [..] possano essere soddisfatte. È, inoltre, un luogo dal quale possa essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale”. Da ciò, prosegue la S.C., deriva che, In via provvisoria, finché i naufraghi non siano stati sbarcati, anche la nave che presta soccorso possa essere considerata un luogo sicuro.

Il punto focale del ragionamento è quindi rappresentato dal diritto di non respingimento. Lo stesso, già riconosciuto espressamente dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati, nonché considerato dall’Alto Commissariato dell’ ONU per i Rifugiati (UNCHR) quale “principio fondamentale di protezione al quale non sono ammesse riserve […]”, deve oggi essere considerato una norma di diritto internazionale consuetudinario, funzionale a prevenire qualsiasi respingimento verso un Paese in cui la vita o la libertà di chiunque si trovi in una determinata situazione soggettiva siano a rischio.

A tale diritto corrisponde il divieto di respingimento verso un luogo non sicuro, esplicitamente previsto da numerosi fonti internazionali successive alla Convenzione di Ginevra, e sancito dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Tale divieto, prosegue la S.C. richiamando una pronuncia della Corte di Strasburgo risalente al 2012 (sentenza Hirsi), opera anche in relazione ad operazioni di respingimento in alto mare, essendo estendibile anche alle aree extraterritoriali in cui lo Stato, di cui la nave batte bandiera, esercita la propria giurisdizione.

Ne consegue che non è punibile la condotta di chi si opponga, anche con la forza, al respingimento verso un paese, come la Libia, che non può essere considerato un “luogo sicuro”.

 

Chiara Raggi

chiara.raggi@mordiglia.it